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Dal trauma all’artrosi: come cambia oggi la cura dell’apparato locomotore

Scritto da Redazione Smart Clinic | Sep 22, 2026, 11:48:06 AM

La salute dell’apparato locomotore può essere messa alla prova da un trauma improvviso, da una frattura complessa, da un infortunio sportivo, ma anche dal progressivo deterioramento delle articolazioni legato all’età o all’artrosi. In tutti questi casi, arrivare a una diagnosi corretta e a un percorso terapeutico personalizzato può fare la differenza tra una semplice gestione del problema e un vero recupero della funzionalità.

A parlarne è il Dott. Riccardo Accetta, ortopedico di Smart Clinic Milano Magenta e Responsabile dell’Unità Operativa di Traumatologia dell’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio, realtà del Gruppo San Donato dedicata alla cura dei traumi e delle patologie dell’apparato muscolo-scheletrico.

Una competenza costruita in oltre quarant’anni di attività clinica, ricerca e formazione, che si confronta quotidianamente con situazioni molto diverse: dall’urgenza traumatologica agli esiti di traumi complessi, fino alla valutazione del paziente candidato a una protesi di anca, ginocchio, spalla o gomito, sia in ambito traumatico sia degenerativo.

Dottor Accetta, quando parliamo di traumatologia dell’apparato locomotore, quali sono oggi le situazioni più complesse che un ortopedico deve affrontare?
La traumatologia è un ambito estremamente ampio e comprende tutte quelle condizioni in cui un evento traumatico determina una lesione dell’apparato locomotore: dalle fratture più semplici fino ai traumi complessi che coinvolgono ossa, articolazioni e tessuti circostanti.

La difficoltà non riguarda soltanto il trattamento della fase acuta. È fondamentale considerare anche ciò che può accadere successivamente. Una frattura può infatti non consolidare correttamente e determinare una pseudoartrosi, oppure può guarire con una deformità o con una compromissione della funzione articolare.

Per questo motivo la traumatologia non deve essere considerata esclusivamente come la gestione dell’emergenza. Esiste anche una traumatologia degli esiti, nella quale è necessario comprendere perché il problema non si sia risolto e individuare la strategia più appropriata per recuperare, quando possibile, funzione e qualità di vita.

Quanto è importante intervenire tempestivamente dopo un trauma?
Il fattore tempo può essere determinante, soprattutto nei traumi più importanti. Una valutazione specialistica precoce consente di definire correttamente il tipo di lesione, la sua gravità e il percorso terapeutico.

Ma tempestività non significa necessariamente operare sempre e subito. Significa fare rapidamente la diagnosi corretta e scegliere il trattamento più appropriato per quella specifica persona.

L’esperienza maturata nella traumatologia ci insegna proprio questo: ogni trauma deve essere valutato nella sua complessità, considerando età, condizioni generali, caratteristiche della lesione, esigenze funzionali e aspettative del paziente.

E quando il paziente arriva dall’ortopedico a distanza di mesi da un trauma?
È una situazione frequente. Può accadere che una frattura non sia consolidata, che ci sia una deformità residua, una limitazione articolare o dolore persistente.

In questi casi è importante ricostruire la storia del trauma e del trattamento precedente e utilizzare gli strumenti diagnostici necessari per comprendere quale sia il problema.

La pseudoartrosi, per esempio, rappresenta una mancata o insufficiente consolidazione della frattura. Il suo trattamento può essere complesso e deve essere personalizzato.

Trauma e artrosi sono quindi due situazioni molto diverse?
Sono condizioni differenti, ma possono incontrarsi. Un trauma importante può infatti provocare un danno articolare che nel tempo favorisce lo sviluppo di una artrosi post-traumatica.

Al contrario, nel paziente con una patologia degenerativa, l'usura progressiva dell’articolazione può arrivare a compromettere in maniera significativa le attività quotidiane.

In entrambi i casi il compito dell’ortopedico è capire quale sia il momento giusto per intervenire e quale trattamento possa offrire il miglior equilibrio tra efficacia, sicurezza e recupero funzionale.

Lei ha una lunga esperienza anche nella traumatologia dello sport. Cosa cambia quando il paziente è uno sportivo?
Cambiano soprattutto le esigenze funzionali. Un atleta, anche non professionista, può avere aspettative molto elevate rispetto al recupero.

Negli sportivi è particolarmente importante considerare non soltanto la guarigione della lesione, ma anche il ritorno alla pratica sportiva. Il percorso deve essere quindi condiviso tra chirurgo, fisioterapista, preparatore e, quando necessario, altre figure specialistiche.

La mia esperienza mi ha insegnato che la qualità del risultato non dipende soltanto dall’intervento chirurgico. Il recupero è un percorso e il paziente deve essere parte attiva di questo percorso.

Nel suo percorso professionale ha seguito anche atleti molto conosciuti. Quanto conta l’esperienza maturata con i grandi campioni nella cura del paziente?

Ogni paziente è prima di tutto una persona. Un atleta professionista ha esigenze particolari, ma il principio non cambia: bisogna individuare il problema e costruire il percorso più adeguato.

L’esperienza con i grandi sportivi può certamente offrire una grande casistica e permettere di confrontarsi con situazioni complesse, ma quello che considero più importante è trasferire questa esperienza a ogni paziente.

La medicina di eccellenza non dovrebbe essere percepita come qualcosa riservato a pochi. Deve diventare capacità clinica, organizzazione e attenzione alla persona.

Qual è, secondo lei, il messaggio più importante per chi convive con dolore o limitazioni articolari?

Non aspettare troppo a chiedere una valutazione.

Un dolore articolare persistente, una limitazione funzionale o un problema che compare dopo un trauma meritano di essere compresi. Questo non significa necessariamente che si debba ricorrere alla chirurgia: significa prima di tutto capire quale sia la causa.

Oggi disponiamo di molte possibilità terapeutiche e proprio per questo è importante scegliere il trattamento sulla base delle caratteristiche del singolo paziente.

In conclusione, cosa significa per lei fare oggi il medico ortopedico?
Significa mettere insieme esperienza, aggiornamento scientifico e capacità di ascolto.

L’ortopedia è una disciplina nella quale la tecnologia e la chirurgia hanno fatto enormi progressi, ma al centro rimane sempre una persona che vuole tornare a camminare senza dolore, muovere un’articolazione, praticare uno sport o semplicemente recuperare la propria autonomia.

È questo, in definitiva, l’obiettivo del nostro lavoro: non curare soltanto una frattura o un’articolazione, ma aiutare una persona a recuperare la propria qualità di vita.

Dalla patologia traumatica dell’apparato locomotore alla gestione degli esiti di fratture complesse, dalla pseudoartrosi alle deformità post-traumatiche, fino alla valutazione per la protesizzazione di anca, ginocchio, spalla e gomito, l’esperienza del Dott. Riccardo Accetta racconta un’ortopedia capace di affrontare situazioni diverse con un approccio personalizzato.

La sua presenza tra gli specialisti di Smart Clinic rafforza la possibilità di accedere a competenze ortopediche di alto livello all’interno di un modello che punta a rendere più semplice e vicino alla persona il percorso di cura, nel quale la competenza specialistica incontra l’ascolto, la diagnosi incontra la personalizzazione e l’obiettivo finale rimane sempre lo stesso: recuperare movimento, autonomia e qualità della vita.